Era un venerdì, al principio di settembre.
Ancora belle giornate sopravvissute all'estate sepolta.
Sulle pareti i ritratti a olio di suo padre, di suo nonno, il fondatore della ditta.
Un grande quadro di scuola caravaggesca, un martire (o un cacciatore?) riverso in un bosco tenebroso con giochi d'acqua.
I mobili di noce oscuri, pesanti, il pavimento coperto da un grande tappeto persiano.
Era lo studio di Lello Albertelli, quarantacinque anni, presidente e amministratore delegato della Albertelli s.a.
Lello mise ordine tra le carte della scrivania, poi scese lo scalone del palazzo. Un consunto, oscuro scalone ottocentesco, sbucante su un vasto cortile colonnato. Il terreno ancora acciottolato come un tempo, con la doppia fila parallela di lastroni di granito, su cui, scorrendo le ruote, le carrozze non avessero troppo a sobbalzare. Sotto il porticato centrale non c'erano carrozze in attesa, ma la bassa allungata sagoma della Ferrari di Lello.
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Aprile
2004 - Altro |
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