Avevo appena fatto la doccia, ero tornato nella mia stanza ed ero seduto alla mia scrivania, in pigiama; stavo finendo alcuni compiti di scuola per l'indomani, prima di andare a letto, quando mio padre, dopo aver bussato alla mia porta, si affacciò introducendo la testa, quindi la aprì ed entrò. Mio padre aveva sempre avuto una personalità autoritaria, ma non imposta con la forza; i suoi interlocutori, me compreso, riconoscevano in lui un carisma ed un diritto al rispetto quasi obbligato. Del resto era un ufficiale dell'esercito, abituato alla durezza nel comportamento e, soprattutto, a comandare e ad essere ubbidito.
"Ho bisogno di dirti qualcosa di molto importante. Qui da te possiamo stare tranquilli". Immaginavo che fosse una ulteriore rampogna ed un richiamo ai miei doveri, evidentemente non osservati: aspettai, quindi, che giungesse il rimprovero. Non era così: aveva appena avuto la comunicazione della sua imminente partenza per l'Iraq, per partecipare alla campagna di guerra contro Saddam Hussein. Lungi dal manifestare qualsiasi forma di emozione per quella che era una missione difficile e rischiosa, aveva preparato e si era fatto dattiloscrivere dal suo attendente una "lista dei doveri" che avrei dovuto compiere durante la sua assenza, la cui durata non era stabilita, ma che si presumeva lunga. La depose delicatamente all'angolo della mia scrivania: certe sue finezze contrastavano con il suo carattere autoritario e, in fondo, io gli ero molto affezionato.
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Dicembre
2003 - Altro |
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